La DISINFORMAZIONE come ALIBI

Il 9 maggio, presso l’Auditorium San Micheletto di Lucca, la Società Filosofica Italiana e la Società Italiana di Intelligence promuovono una giornata di studi dal titolo Disinformazione, Credenza, Verità. Proposte filosofiche per l’attualità. Non è soltanto un convegno nato dalla lungimiranza di Andrea Bardazzi, coordinatore nazionale della Sezione Giovani SOCINT e membro del direttivo della sezione lucchese Sfi. È il segnale di un ritardo che il dibattito italiano prova finalmente a colmare: quello sul rapporto tra filosofia, Intelligence e guerra cognitiva.

Perché oggi, tra redazioni, convegni e documenti di policy, circola una tesi tanto diffusa quanto insidiosa: tutto è disinformazione, tutto è manipolazione, tutto è operazione ostile. Il nemico, reale o presunto, orchestra, distorce, inquina il campo informativo. Noi subiamo.

È una tesi seducente: sposta altrove la responsabilità.

Invece di chiederci chi ci manipola, dovremmo chiederci perché siamo così propensi a sentirci manipolati.

La disinformazione esiste, naturalmente, ed è ampiamente documentata, a partire dai report del Nato Strategic Communications Centre of Excellence.

Informazioni false diffuse deliberatamente, contenuti autentici impiegati in modo strategicamente dannoso, campagne coordinate, apparati statali, reti di influenza: nulla di tutto questo è fantasia. Negarlo sarebbe ingenuo. L’evoluzione dell’ambiente informativo rappresenta una delle sfide più rilevanti per le democrazie liberali. Tecnologie immersive e sistemi agentici stanno ridefinendo il rapporto tra cittadini, istituzioni e flussi informativi, con implicazioni dirette sugli equilibri geopolitici.

il problema nasce però quando l’eccezione diventa grammatica universale. Quando ogni errore interpretativo viene attribuito a una regia esterna e ogni complessità ridotta a complotto.

E’ in quel momento chela disinformazione smette di essere oggetto di analisi e diventa alibi. Uno scudo epistemico: protegge chi non comprende dall’obbligo di comprendere. Trasferisce su un agente esterno – il manipolatore, il bot, l’avversario – la responsabilità di una cecità che spesso è solo nostra.

Quando un analista non distingue il segnale dal rumore, tende a definire il rumore come orchestrato. Quando un osservatore non riesce a leggere una dinamica complessa, immagina una regia nascosta. Quando la comprensione fallisce a livello interpersonale, si convoca la manipolazione a spiegarla.

Il problema non è il nemico. È lo specchio.

La fiaba di Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore (Chiaredizioni,  2023), lo racconta meglio di  molti saggi. I truffatori non sono geniali, l’inganno è rozzo, grossolano. Eppure funziona. Non per la qualità della menzogna, ma per la disponibilità collettiva a credervi. Nessuno dice ciò che vede perché nessuno vuole apparire incapace. La corte intera costruisce una narrativa condivisa attorno al nulla. Il bambino che esclama “ma è nudo” non possiede visione, conoscenza superiore. Semplicemente, non ha ancora imparato a temere il reale. I cortigiani chiamano manipolazione ciò che non sanno leggere: i truffatori non hanno costruito nulla, hanno trovato una comunità disposta ad abbassare lo sguardo.

Esiste però anche il movimento opposto.

Esopo lo mostra nella favola Il lupo e l’agnello (EL, 2012): al forte non serve un inganno, basta un pretesto. L’accusa di disinformazione può essere arma di delegittimazione: non solo scudo del debole, ma strumento del potente. Qui emerge una conseguenza sistemica. Se tutti gli attori assumono che tutto sia manipolazione, i segnali autentici vengono scartati insieme a quelli falsi. La fiducia interpretativa collassa. L’analisi si paralizza.

Il manipolatore non potrebbe sperare in esito migliore.

Chi grida alla disinformazione consegna spesso all’avversario un vantaggio senza che l’avversario debba nemmeno agire. Le cause di questa deriva sono molteplici. Il consumo informativo accelerato, la pressione della reazione immediata, l’intermediazione algoritmica e la saturazione narrativa hanno probabilmente indebolito alcune facoltà essenziali: leggere il contesto oltre il testo, distinguere le sfumature, tollerare l’ambiguità senza chiuderla prematuramente in una spiegazione rassicurante. Si è ridotta soprattutto la soglia di tolleranza all’incertezza. E con essa, la qualità dell’analisi.

In ambito Intelligence il costo è elevato.

Il vantaggio dell’avversario non consiste soltanto nel possedere dati che ignoriamo, ma nel sapere che cosa non siamo più capaci di interpretare. Dunque, non sfrutta solo un gap informativo ma un gap intellettivo. La dottrina lo definisce superiorità cognitiva: la capacità di orientarsi meglio nel reale, decidere prima, comprendere con maggiore lucidità. Chi vede manipolazione ovunque ha già perso parte di questa superiorità, perché lascia che sia la narrativa del nemico a definire la sua agenda mentale. Per questo la guerra ibrida si combatte con strumenti ibridi, ma prima ancora con la lucidità di chi la interpreta.

Yasunari Kawabata, nel Maestro di go (名人, Meijin, 1954), mette in scena due modi opposti di stare dentro una disciplina. Da un lato il giovane talento rapido, brillante, misurabile; dall’altro il maestro lento, impassibile, imperscrutabile. Il primo vuole vincere. Il secondo coincide con il gioco stesso.

È una metafora utile anche per l’analisi.

L’Intelligence richiama etimologicamente l’idea di inter-legere: raccogliere, scegliere, collegare. Non soltanto apparati o procedure: facoltà umana di connessione.

L’analista non accumula informazioni: riconosce forme e perimetri, parole e silenzi, leve di forza e giochi di potere. Per questo non ha bisogno dello scudo della manipolazione. Sa riconoscerla quando c’è, proprio perché conosce abbastanza il reale da vedere dove viene deformato. Sa distinguere tra fenomeno complesso e fenomeno strumentalizzato. Sa sostare nell’ambiguità senza nominarla troppo presto.

Qui si inserisce il tema del potere nella sua forma più sottile.

Steven Lukes, in Power: A Radical View (Red Globe Press/Bloomsbury, 2021), descrive una dimensione del dominio che non impone apertamente: modella preferenze, categorie di pensiero, cornici interpretative. Fa sì che gli individui assumano come proprie idee che li orientano senza percepire costrizione. La cognitive warfare è una cartina di tornasole: agisce sui processi mentali, genera dubbio, altera percezioni, produce effetti reali senza eventi eclatanti.

Jorge Luis Borges, in uno dei suoi racconti più noti Tlön, Uqbar, Orbis Tertius (Finzioni, Adelphi, 2003), lo aveva intuito: la finzione prevale quando il reale smette di essere difeso.

Ma perché accade?

Perché le credenze non sono semplici opinioni intercambiabili. Sono, per dirla con Charles Sanders Peirce, abiti mentali: disposizioni profonde che orientano lo sguardo prima ancora del ragionamento consapevole. La disinformazione efficace raramente crea ex novo. Si innesta su predisposizioni esistenti, conferma ciò che vogliamo credere, radicalizza ciò che ci rassicura.

La supremazia, allora, non sta nell’assenza di credenze, bensì nella capacità di renderle visibili prima di tutto a se stessi.

Esiste una vittoria che non assomiglia a nessuna vittoria.

Non produce titoli, non genera applausi, non offre immagini.

È la vittoria di chi legge in tempo un segnale debole, smonta una narrativa tossica prima che attecchisca, impedisce che l’errore diventi danno. Nessuno la celebra, perché coincide con ciò che non è accaduto. Questa è la misura più ardua dell’analisi: non il nemico sconfitto, ma il disastro evitato. In termini strategici, è la logica del minimizzare la perdita massima possibile.

La tradizione biblica, come ricorda Andrea Poma (Parole vane, Apogeo, 2005), richiama la figura di Giobbe che “nel brusio delle parole vuote, […] mosso da una sofferta esigenza di verità, reagisce con parole sincere, ma anche con il silenzio”. E nel silenzio risuona la domanda: “Avranno fine le parole vane?”.

È una razionalità controintuitiva in un’epoca che premia solo il risultato visibile, l’opinione istantanea, la chiacchiera permanente. Ma è forse l’unica razionalità che un sistema complesso e ostile può permettersi.

John Keats la chiamava negative capability: la capacità di restare nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza precipitarsi verso spiegazioni premature, a pelo d’acqua (Lettere sulla poesia, Oscar Mondadori, 2005). È ciò che manca in un ecosistema basato sul qui e ora, sull’indignazione, sulla semplificazione.

Non si tratta di ridurre la complessità. Il reale è spesso caotico e non si lascia comprimere impunemente. Il rasoio di Occam non invita a banalizzare: invita a rimuovere gli strati artificiali che soffocano i fenomeni, narrazioni ridondanti, framework esibiti, variabili moltiplicate per simulare rigore. Sotto queste coperture, il caos conserva quasi sempre una forma.

Ma quella forma deve essere percepita ben prima di essere misurata.

Per coglierla servono competenze, disciplina e una facoltà che la cultura dell’efficienza ha spesso svalutato: la sensibilità. Non come sentimentalismo, ma come attenzione alle mezze tinte, alle dissonanze, alle proporzioni invisibili.

La Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) – agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, incaricata dello sviluppo delle tecnologie avanzate per uso militare – ha avviato nel 1994 il programma Augmented Cognition (AugCog) con un obiettivo preciso: rafforzare le capacità cerebrali integrandole con la tecnologia. Il principio era semplice: a più tecnologia dovrebbe corrispondere più fattore umano. Non meno.

Da quella intuizione discende anche il tema del cognitive enhancement: l’insieme delle tecniche orientate ad accrescere attenzione, memoria e prestazioni mentali attraverso interventi non terapeutici, dalla modulazione neuroelettrica all’uso di sostanze psicotrope. Non è soltanto una frontiera scientifica. È una questione di governance, dove bioetica, libertà individuale e interesse strategico si incontrano.

Il percorso seguito in questi decenni è stato spesso l’inverso.

Richards J. Heuer Jr, in Psychology of Intelligence Analysis (Center for the Study of Intelligence, CIA, 1999) parla di resilienza cognitiva: non la resistenza passiva all’inganno, ma la capacità attiva di mantenere integra la facoltà di vedere, anche sotto pressione, nel disordine, quando la narrativa avversaria è già entrata nel sistema.

La disinformazione non teme l’analista armato di gergo e codice.

Teme chi sa vedere le cose per quelle che sono, nella loro linearità.

Quando torniamo a leggere il reale, alla radice, la manipolazione perde forza perché trova meno materia da deformare.

L’essenziale non è sofisticato. È soltanto visibile.

Ma “quando il bisogno di autoinganno è profondo, una parte dell’intelligenza viene impiegata per non capire”. Saul Bellow docet.

Locandina

Fonte: https://news.socint.org/la-disinformazione-come-alibi/

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