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Poesia, rabbia, sentimento, canzoni memorabili. In una parola "17 Re".

Forse molti di noi conoscono i Liftiba attraverso album quali "Terremoto", "Spirito" e "Mondi Sommersi". Dischi dove la band fiorentina capitanata dal carismatico Piero Pelù si cimenta con un sound rock-pop venato da richiami ad un funk un po' melenso, che tanto successo ha dato alla band negli anni Novanta. Ma che non rende merito alla statura di un gruppo che vent'anni fa ha dato alle stampe un album. "17 Re" (IRA, 1986), definito, da molti addetti ai lavori, come uno dei capisaldi della musica rock italiana. A buon ragione, visto la statura di questo lavoro dei Litifba, che dopo l'esordio positivo di "Desaparecido" (1985) con "17 Re" continuano la loro trilogia del potere, trilogia che si concluderà con il buono, ma non eccelso, "Liftiba 3" (1988). Negli anni Ottanta il rock italiano si regge fondamentalmente su una triade: il punk filosovietico con richiami alle balere romagnole, dei Cccp-Fedeli alla linea, il dark d'autore dei Diaframma e il rock d'ispirazione new wave dei Litfiba. Questi ultimi, composti da Piero Pelù (voce), Ghigo Renzulli (chitarra), Gianni Maroccolo (basso), Ringo De Palma
(batteria) e Antonio Aiazzi (tastiere), dopo anni di militanza nell'underground fiorentino, giungono alla ribalta nazionale proprio grazie a questo disco. Un disco che riassume tutta la loro esperienza passata, arricchendola di quei nuovi elementi che permetteranno alla band di farsi conoscere al grande pubblico. Il risultato vede i Litfiba al massimo della loro potenzialità: divisi fra la voce profonda di Pelù, le suggestioni psichedeliche date dalla chitarra "scivolosa" di Renzulli e dalle tastiere impazzite di Aiazzi, ed una sezione ritmica basso-batteria veramente eccelsa (Maroccolo e De Palma sono semplicemente perfetti nel loro ruolo), il gruppo dimostra di essere in grado di sapere giocare con la lingua italiana, ("Venderò l'anima, colorando il nero dell'orizzonte, sto morendo, morendo di solitudine, venderò l'anima, forse questo è un sogno forse è un mare, dove perdersi per ritrovare le ali del cielo"-Ballata; "Sono ancora qui non mi spezzo ami, potrei vivere nel sogno di volare, lasciandomi a cavallo delle scie, alzandomi come sabbia, come un frammento che cade lontano" -Pierrot e la luna) dimostrandosi a volte irriverenti ("Ululo di notte nei vicoli, pisciando sulle vostre carezze"-Cane) ma anche capaci di affrontare temi scottanti: la straziante conclusione di una storia d'amore contenuta in "Apapaia", gli attacchi alla Chiesa contenuti in "Vendette" e "Come un Dio", il rifiuto del militarismo di "Ferito". Dal punto di vista musicale alcuni brani sono tra i migliori che l'intera scena rock italiana è stata capace di offrire, a cominciare dall'energica "Resta", proseguendo, poi, attraverso l'onirica "Re del silenzio", la gustosa "Cafè, Mexcal e Rosita", la dolce "Vendetta", il divertente tango di "Tango", la stupenda "Ballata", senza dimenticare autentiche gemme come "Univers" e "Sulla terra". Con "El Diablo" (1989) il gruppo comincia a perdere l'ispirazione dei tempi migliori, finendo per piegarsi alle logiche commerciali che li vogliono alfieri di un pop-rock facile e di pronto uso. Nel frattempo De Palma e Maroccolo abbandonano la band per entrare nei Cccp, in occasione di "Epica Etica Etnica Pathos" (1990) - in seguito Maroccolo entrerà anche nei Csi (oggi Pgr). mentre purtroppo Ringo De Palma (vero nome Luca De Benedictis) morirà per un arresto cardiaco (dovuto, sembra, ad una overdose); il sodalizio artistico tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli proseguirà, poi, fino al 1999, dopodiché ognuno per la sua strada. Da una parte Piero con la sua nuova dimensione solista, dall'altra Ghigo impegnato a rinverdire i fasti con i "nuovi" Litifba. Ma niente sarà più come prima. E soprattutto, niente sarà più paragonabile all'epoca d'oro di "17 Re".