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Il gruppo torinese infiamma il pubblico dell'Arena della Musica con il tributo a Jimi Hendrix
Questo articolo rappresenta il mio debutto da autore sulle pagine di "City Music Journal". E come debutto ho scelto di raccontarvi la mia serata passata in quel dell'Arena della Musica, dove mi sono recato precisamente domenica 7 agosto per assistere al concerto dei Gipsy Eyes, tribute band del grande Jimi Hendrix. Arrivo in perfetto orario, quello stabilito come inizio dei concerti, ovvero le 21. Sorpresa: siamo veramente in pochi, la cosa mi suona altamente strana. Vago in giro per gli stand dell'Arena della Musica, mi bevo un caffè e cerco qualcuno che possa illuminarmi riguardo al concerto in programma. Trovo Simone Giusti (direttore artistico dell'Arena della Musica, ndr) che molto gentilmente mi fa notare che il concerto non inizierà prima delle 21.45. Bene, ho quarantacinque minuti a disposizione, che faccio? Per prima cosa decido che devo informarmi su quali canzoni avranno intenzione di suonare i tre ragazzi di Torino. La cosa risulta alquanto facile, perché riesco a beccare i Gipsy Eyes seduti ad un tavolo: la scaletta, però, non è ancora pronta. Sono le 21.15 ed il batterista Fabio mi dice di ritornare tra un quarto d'ora. Nel frattempo mi metto ad osservare le persone che quella sera popolavano il parco fluviale e noto con piacere che il pubblico è quanto di più eterogeneo possa esserci: si va dal quindicenne che vuole fare l'alternativo, al signore di mezza età nostalgico di Hendrix, il quale si è portato direttamente la sedia da casa giusto per stare più comodo. Alle 21.30 ho la scaletta in mano, ringrazio Fabio della cortesia, gli auguro un buon concerto e mi siedo in mezzo al pubblico. I Gipsy Eyes attaccano qualche minuto prima delle dieci con una cover dei Beatles "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", poi si passa subito a due perle del repertorio hendrixiano, come "Spanish Castle Magic" e "Hey Joe". I tre entrano subito in perfetta sintonia: Matteo, chitarra e voce, dimostra subito di saperci veramente fare con la sua Fender Stratocaster bianca, mentre Fabio detta i tempi della batteria con un'impostazione propriamente jazz assistito dal basso del fido Max. Non me ne accorgo neanche, tanto sono impegnato ad ascoltare l'esibizione dei tre torinesi ed è già tempo del previsto break di metà concerto, anticipato da una versione da brivido di "Foxy Lady", in cui Matteo si esibisce in un assolo di chitarra suonato addirittura con i denti. (Jimi docet....) Mi reco nel backstage ed incontro nuovamente il batterista Fabio, che è impegnato in un cambio maglietta. Gli chiedo ancora delle precisazioni sulla scaletta e lui mi risponde sempre con gentilezza, domandandomi se lo spettacolo era o no piacevole. Alla mia risposta affermativa risponde con un sorriso che lascia presagire quanta sia la passione che questo musicista mette in quello che fa e quanto creda in uno spettacolo che intende far conoscere al pubblico l'inesauribile talento di Jimi Hendrix. Con "Fire" prende il via la seconda parte del concerto che vede i Gipsy Eyes salire letteralmente in cattedra: ci pensano brani come "Purple Haze", "Voodoo Chile" ad infiammare letteralmente il pubblico presente all'Arena che si lascia trascinare dal sound hendrixiano offerto da questo trio torinese. Chiusura affidata ad una versione quasi interminabile di "Wild thing": prima di salutare il pubblico dell'Arena, Matteo si presta a suonare la chitarra letteralmente seduto per terra, abbandonandola poi per qualche secondo accanto all'amplificatore. Come faceva il maestro Jimi, i cui concerti erano sempre considerati una sorta di rito, o meglio un'unione tra il musicista e il suo strumento, la chitarra. E come fanno ora i Gipsy Eyes, che per una sera hanno trasformato l'Arena della Musica in una piccolissima Woodstock, unendo la loro passione per Hendrix a quella di altre sconosciute persone accorse per ascoltarli. Risultato: un'ora e quaranticinque di puro godimento musicale.
Mikele Iriondo
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